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Cenni Storici

Cenni Storici

Nell’anno 1222 il cardinale Niccolò Chiaromonte, Vescovo di Tuscolo e Delegato Apostolico, consacrò il Duomo di Cosenza. Era presente l’imperatore Federico II di Svevia. Sedeva sulla cattedra arcivescovile il monaco scrivano cistercense Luca Campano. La Bolla del Papa Onorio III, che precisa i nomi dei partecipanti al rito di consacrazione (del 30 gennaio dello stesso anno), non dice che Federico II di Svevia donò la preziosa Croce bizantina, o Stauroteca (con un pezzetto della Croce su cui spirò Gesù Cristo), come quella che brillò sul petto del Vescovo bizantino di Napoli San Leonzio (649-653).

Il prof. dell’Unical, Pietro De Leo, non ha finora chiarito la “fonte” attestante il dono di Federico II di Svevia alla nuova Cattedrale. La tradizione, come egli insegna, si affida spesso al ricamo della fantasia. Al contrario, il paleopatologo Gino Fornaciari lavora nel laboratorio pisano, per analizzare (si spera in accordo con l’équipe che ha sollevato il coperchio del sarcofago di Federico II nel Duomo di Palermo, dove l’imperatore riposa accanto alla moglie Costanza d’Aragona) le ossa, i denti usurati ma non cariati, le cellule, il DNA di Enrico VII di Svevia, che morì, a 31 anni, nella città di Martirano (CS), suffraganea della Chiesa metropolitana di Cosenza. Ammesso che “l’ispessimento” della diploe cranica fu causato da “iperplasia midollare” e che Giuliana Scura faccia una traduzione più logica della frase latina (“Ex improvviso cadens infirmatus obiit”), si pone l’ipotesi della “morte naturale” di Enrico VII di Svevia, per una grave forma di malattia non curata in carcere: anemia perniciosa o malaria?

È da notare che la suddetta frase del “Cronista umbro” allude al sintomo della “debolezza”, tipico dell’anemia. La storia insegna che Federico II di Svevia non volle consegnare, c come richiedevano le sue “Costituzioni di Melfi”, il ribelle al rogo; ma lo tenne in vita e protestò, con cura paterna, presso Tommaso, figlio di Osmundo, giustiziere della Basilicata, contro il carceriere della prigione di S. Fele (da non confondere con la Rocca S. Felice), pretendendo abiti regali per il figlio primogenito (“Eidem filio nostro decentia facies vestimenta”).

 


Giuseppe Pisanti seduto alle spalle di Silvio Castrucci (suo allievo) mentre discute
con progettisti e altri architetti del progetto del Duomo di Cosenza

 

La causa di morte di Enrico VII di Svevia, “rex Germanorum”, alto 1,70 m., non solo getta nuova luce storica sugli Svevi e sui loro tempi, ma illumina, ancora di più, la figura umana e paterna di Federico II imperatore. Questa se non è storia è antropologia. Enrico VII di Svevia fu trasportato nel Duomo di Cosenza, forse dal Vescovo della città di Martirano, Mons. Filippo de Matera, patrizio cosentino e cancelliere del Regno. Le spoglie mortali furono collocate nella tomba raffigurante il mito di Meleagro; nel Museo romano di Palazzo Barberini, costruito con il materiale tolto dal Colosseo e dal Pantheon, si ammira il sarcofago con la stessa scena di caccia al cinghiale. Esse furono deposte vicino alla porta che conduce al cimitero e alla Cappella dei Santi Filippo e Giacomo, dove c’era la sede dell’Arciconfraternita della Misericordia o dei Bianchi, con la Croce nera sul petto, risalente alla prima metà del secolo XVI. Come si sa Mons. Acquaviva, Arcivescovo di Cosenza, fece trasportare, nell’anno 1576, le ossa di Enrico VII di Svevia nella Sagrestia della cappella dei Nobili, dove dovrebbero esserci anche le ossa di Luigi III d’Angiò.

La suddetta Sagrestia non è, però, quella tuttora in funzione, risalente al 1756, come assicurano Tuoto e Bilotto. Da qui è nato l’equivoco dell’ubicazione dell’antica Cattedrale di Cosenza, che fu distrutta dai terremoti del 1638, del 1783, del 1854 e ricostruita, con altri stili architettonici, in un altro luogo adiacente e con i materiali preesistenti. La Cattedrale di Cosenza era composta appena di tre altari, ma era capace di contenere la popolazione cosentina che, nell’anno 1276, contava 2901 abitanti. Gli Arcivescovi di Cosenza, Mons. Giuseppe Maria Sanfelice, Michele Capece Galeota, Domenico Narni, dei Conti Mancinelli di Napoli, diedero nuova veste e fecero altri stravolgimenti al sacro edificio, specialmente del 1750 e del 1831. Infatti, in una lapide si legge il cambiamento del sito, nel modo seguente:”Aedificare Sion in sanguinibus nolens a fundamenta restituit”.

Che cosa rimane della Cattedrale medioevale? Rimangono, evidentemente, i tre portali d’ingresso, le ogive che scaricano il peso delle volte sui pilastri, i poderosi contrafforti esterni. Un discorso a parte meritano la tomba, d’età tardo-antica, di Enrico VII e il Mausoleo di Isabella d’Aragona, il quale venne alla luce, casualmente, nel 1891. Il finestrone del frontespizio è anch’esso travisato. Ma è la facciata con rosone, nel lato sinistro di chi sale il Corso Telesio, segnalare che l’antica Cattedrale di Cosenza era disposta ad Oriente, come le chiese bizantine. E bizantine sono, in particolare, la Croce, detta impropriamente di Federico II di Svevia, e la tavola della Madonna del Pilerio.


Vincenzo Napolillo

 

 

 

 

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