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Stauroteca

Stauroteca

La "Croce Bizantina" è attualmente custodita presso il Museo Diocesano ed è visitabile tutto l'anno dal lunedì al sabato dalle 9 alle 12. La Stauroteca o Croce Reliquiario è risalente al sec. XII ed è un'opera di insigne oreficeria medievale in stile ed iconografia normanno-bizantini di singolare valore artistico. E' alta cm. 26,2 e larga cm. 20,7. I medaglioni laterali misurano cm. 4,5 e il medaglione centrale cm. 5. E' una Croce potenziata a schema cruciale quadrilobato in lamine d'oro ed orlo in filigrana. Fissata ad uno scheletro di legno, e ornata di smalti e gemme preziose. E' istoriata da entrambe le parti. Sul retro presenta l'immagine di Cristo crocifisso.

In alto reca l'iscrizione IC-XC, monogrammi dei nome di Cristo. Lungo la linea dei bracci corre l'iscrizione greca lstaurosis (crocifissione). Alle estremità sono quattro medaglioni raffiguranti la Vergine Maria (a sinistra), San Giovanni Battista (a destra), l'Arcangelo S. Michele (in alto), ed in basso un altare con gli elementi del sacrificio della Croce e della Messa con la scritta HC - TA (=la croce). Sul davanti sono distribuiti cinque medaglioni dello stesso stile e caratteristiche dei precedenti. Quello centrale è più grande e ritrae l'immagine del Pantocratore, Cristo Signore assiso in trono. I quattro medaglioni laterali raffigurano: San Matteo (in alto), S. Luca (in basso), S. Marco (a sinistra), S. Giovanni (a destra). Sotto l'immagine del Redentore, per contenere la reliquia della Croce, vi è un incavo cruciforme. 

La Croce è posizionata su un piedistallo d'argento dorato a pianta ottagonale, arricchito con statuette. La Stauroteca, detta anche "Croce di Federico" venne donata dall'imperatore Federico II di Svevia in occasione della consacrazione della Cattedrale il 30 gennaio 1222, veniva e viene tuttora impiegata nella liturgia del Venerdì Santo per il bacio della Croce. La preziosa croce, inoltre, e stata legata dalla storiografia al nome di Carlo V, riconoscendola in quella "crocetta d'oro" presentata all'imperatore per il bacio augurale al suo arrivo a Cosenza il 7 novembre 1535. Si è pure ritenuto che, nello stesso anno, il card. Taddeo Gaddi - o un non meglio identificato card. Torquemada (Juan?) al seguito di Carlo V - regalasse alla Cattedrale cosentina il bel piedistallo d'argento dorato in stile flamboyant che da allora sorregge il reliquiario e oggi costituisce, assieme al coevo e simile "Calice del Duomo", uno dei pezzi più interessante d'oreficeria spagnola presenti in Calabria.

La Stauroteca consta di due facce. Su quella anteriore, che espone al centro del braccio inferiore la reliquia della Santa Croce di Cristo, sono cinque medaglioni realizzati in smalto cloisonné e raffiguranti, quello centrale il Cristo Pantocratore, seduto in trono e segnato dalle lettere greche iniziali del suo nome: "IC/XC", gli altri, alle estremità dei bracci, gli Evangelisti, raffigurati per intero, seduti e nell'atto di scrivere. La loro posizione attuale è il risultato di uno scambio, tra il medaglione situato in basso e l'altro a destra della croce, effettuato nell'ultimo restauro che ha ritenuto opportuno seguire le intuizioni del Lipinsky che risultano ulteriormente avvalorate dall'esame condotto, sempre in fase di restauro, su alcuni elementi costitutivi e di conservazione dell'oggetto già provato da vecchi e malaccorti aggiustamenti. La disposizione dei medaglioni è stata ritenuta confacente a uno schema canonico-liturgico che, trovando affinità con quello architettonico-liturgico delle chiese ortodosse e protonormanne a cinque cupole, affermerebbe il carattere cerimoniale della stessa faccia.

La Faccia Posteriore
La faccia posteriore raffigura il Cristo in croce sul Golgota. La raffigurazione di Gesù Crocifisso, adottando la versione del Christus Patiens, si qualifica per l'accentuato plasticismo d'accezione puramente costantinopolitana. Nei due medaglioni laterali sono posti, a sinistra la Vergine intercedente e, a destra S. Giovanni Battista, illustrati secondo i dettami dell'iconografia bizantina della Dèisis, cioè la preghiera della Madonna e del Precursore al fine di ottenere la clemenza divina. In alto è raffigurato l'Arcangelo Michele e in basso un'immagine che, ritenuta generalmente un'Etimasia si qualifica, invece, come un'illustrazione catechetica del Sacrificio Eucaristico, la quale, comunque, insiste sulla tradizionale iconografia dell'altra pur modificandola sensibilmente per accogliere meglio tale diversa simbologia.

La struttura interna della Stauroteca è in legno di acero, mentre il rivestimento esterno è composto da oro, pietre preziose e smalti. Il profilo del prezioso reliquiario, che doveva essere completato da un filo di piccole perle, insieme alla distribuzione delle gemme, rimanda a quello della Crux gemmata dalle estremità potenziate; queste, si allargano comprendendo medaglioni ornati ognuno da quattro castoni, in origine probabilmente con altre gemme e ricostruiti, nel restauro del 1982, in numero di quaranta su tutta la superficie. Gli smalti applicati, costituiscono, comunque, un gruppo unitario, qualificando così la croce cosentina come uno degli oggetti più integri pervenuti dalle officine del Tiraz e rimandano nella loro esecuzione alle forme più evolute della tecnica cloisonné. La disposizione e la distanza delle strisce metalliche, atte a contenere lo smalto e dividere le sezioni colorate, delineano con efficacia le figure e il loro accamparsi nei medaglioni, esprimendo, fra l'altro, la morbidezza delle stoffe, sottolineando la struttura corporea dei personaggi e conferendo volume e vivacità icastica.

La concezione costruttiva e la decorazione del profilo delle due facce è identica, ma sul davanti la superficie dei bracci e arricchita da decorazione a filigrana disposta "a vermicelli". Nei bracci superiori, ai lati di ogni rombo smaltato, sono posti quattro castoni del tipo "a cestello" realizzati con un filo d'oro ripiegato tante volte fino a formare una corolla - che trattengono un piccolo alamadino tagliato "a cabochon". La Stauroteca, dopo le prime presentazioni della storiografia storico-artistica - essa fra l'altro si può dire sia l'unica opera d'arte calabrese che possiede una vasta bibliografia - è stata oggetto di varie e contrastanti attribuzioni e datazioni.

Dalle primitive tesi che la ritenevano opera di fattura bizantina si è giunti, poi, attraverso riflessioni e approfondimenti, sulla scorta delle analisi di Angelo Lipinsky, a ritenerla opera della cultura dell'Italia meridionale sotto i normanni, asserzione quest'ultima confortata dalla reale entità e antichità che nel frattempo veniva riconosciuta alle officine palermitane in merito alle arti suntuarie. Accanto a questo intendimento, attribuendo a maestro orafo occidentale l'elaborazione della struttura e della decorazione della croce, permane sempre l'idea di un'assegnazione degli smalti a un artista costantinopolitano. Per quanto riguarda la datazione, le tesi più concrete oggi dibattono una sua pertinenza agli anni del regno di Ruggero II e quindi tra il 1133 e il 1143, oppure al momento della rinascita del laboratorio siciliano sotto Guglielmo II e cioè attorno al 1166.

 

 

 

 

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