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La città di Cosenza

La città di Cosenza

Il borgo antico di Cosenza, dolcemente si adagia sui sette colli che la circondano. Il Triglio, il  Mussano, il Gramazio e il Venneri sulla destra del fiume Crati, il  Guarassano, il Torrevetere e il Pancrazio sulla sinistra. Fondata dai Bruzi, antichi abitanti delle foreste Silane, Cosenza, prendendo il nome dagli dei Consenti, protettori delle dodici città bruzie confederate di cui Consentia fu capitale, nel 1240 a.C. divenne Caput Brutiorum. Popolata da gente dall'indole inquieta e poco incline ad ogni servitù, ebbe sempre atteggiamento ostile contro oppressori ed invasori. Alleata dei Cartaginesi di Annibale, la città fu distrutta dopo la seconda guerra punica dai romani che vollero così punire il suo tradimento. La dominazione di Roma, durata a lungo, è ancora visibile nei resti della Rocca Bretica riedificata nel 557 anno di Roma  a spese del console Valerio Flacco. Quest'opera è ricordata in una  lamina in bronzo  rinvenuta nel XVIII secolo presso il  Convento delle Cappuccinelle.

Il convento fu costruito nel 1586 sulle rovine della rocca e di una chiesa cistercense,  S. Maria della Motta, risalente al XIII secolo, della quale rimangono ancora alcune  tracce. A fianco della chiesa è l'antico  Monastero delle Cappuccinelle diventato oggi orfanotrofio. Di interesse storico i resti del chiostro monastico ed il soffitto barocco ligneo. Sempre di epoca romana è la via Popilia che collegava Capua a Reggio, voluta dal console Publio Pompilio Lenate, e completata ad opera del proconsole Aquilio Gallo. Successivamente questa importante arteria  divenne Via Regia di Calabria ad opera  di Ferdinando IV di Borbone.  Fu rettificata ed arricchita di alcuni ponti da Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat.

Parte dell'autostrada del sole ne ha seguito il tracciato originario. Nel 73 a.C. lo spirito ribelle spinse Cosenza a schierarsi dalla parte di Spartaco nella "Rivolta degli schiavi", soffrendo per questo suo ennesimo anelito di rivolta. Alla caduta dell'impero romano Cosenza ne seguì la sorte, diventando meta di invasioni e saccheggi da parte dei popoli barbari. Famosa quella di Alarico il Balta, re dei Goti che proprio a Cosenza, proveniente da Reggio,  trovò la morte probabilmente per malaria. Il re barbaro fu sepolto, come narra la leggenda, nel letto del fiume Busento vestito della sua armatura e con accanto, oltre al suo cavallo, i tesori conquistati. Per non svelare il luogo della sepoltura si narra furono uccisi tutti gli scavi impiegati nella tumulazione.

Due le teorie sul luogo della sepoltura, una lo indicherebbe in quel tratto in cui il Busento scorre sotto la chiesa di S. Francesco di Paola alla confluenza con il Crati, l'altro molto più distante in località Vadue di Carolei. Per entrambi però non esiste certezza storica. Le invasioni ed i saccheggi continuarono ad opera dei Bizantini, dei Franchi, dei Longobardi Beneventani e dei Saraceni.  Furono proprio questi ultimi a spadroneggiare per il Bruzio per circa tre secoli, ed a spingere i cosentini a rifugiarsi sulle colline circostanti dando origine  così ai Casali.  Sono di questo periodo: Castiglione, S. Pietro in Guarano, Zumpano, Rovito, Celico, paese natale dell'abate Gioacchino "di spirito profetico dotato" (Dante), Spezzano Grande, Spezzano Piccolo, Pedace, Pietrafitta, Aprigliano, Piane Crati, Mangone, Rogliano, Carpanzano, Altilia, Malito, Paterno, Dipignano, Tessano e Donnici. Ai saraceni succedettero gli uomini del Nord, i Normanni, giunti in Calabria  all'inizio dell’ XI secolo, guidati da, Roberto il Guiscardo. I normanni costruirono sui resti di un forte saraceno il castello, che ancora domina Cosenza dall'alto dei 380 metri del colle Pancrazio.

Questa importante opera, distrutta il 25 maggio del 1184 da uno dei tanti terremoti che sconquassarono Cosenza fino al 1913, fu ricostruita da Federico di Svevia nel 1239 ed ancora oggi è possibile riconoscere in alcuni particolari del Castello tracce di quell'intervento. Gli ingressi, il salone del Ricevimento, il camino federiciano, l'acquasantiera, la scala sveva, ripresa poi nel settecento, la sala delle armi  e quella del trono, la volta della torre ottagonale. Resti angioini sono rappresentati dal corridoio che fu successivamente adibito a prigione di fortuna. Del settecento  è invece il porticato, voluto dall'Arcivescovo Francone, e il seminario fatto costruire per decisione di monsignor Galeota e utilizzato poi nell'ottocento per alloggiamento dei militari. Dopo i Normanni fu la volta degli Hohestaufen di Svevia. A loro va ascritto anche il merito di avere riedificato la  cattedrale  su antichi ruderi del V secolo durante la reggenza degli arcivescovi Pietro II, Bonomo e Luca Campano. Nel 1222, il 30 gennaio alla presenza di Federico II fu consacrata. Molto cara fu la cattedrale agli Svevi dal momento che proprio nella chiesa madre trovò sepoltura  nel 1242 Enrico " lo sciancato", primogenito di Federico, che, ribellatosi al padre, fu incarcerato nel Castello di Nicastro.

Durante un viaggio di trasferimento Enrico cercò la morte gettandosi da cavallo in un precipizio, trovandola poi nel  castello di Martirano  dove fu tradotto per essere curato delle ferite. Le spoglie furono ricomposte nel duomo fin quando la tomba nel 1574 non fu demolita dall'Arcivescovo Acquaviva  per lavori di ampliamento.Fu ritrovata solo in seguto e diposta nella navata di destra. Sempre nel Duomo è sepolto Luigi d'Angiò, duca di Calabria, che la leggenda vuole aver ucciso in duello il mitico Lancillotto, ma non rimane traccia neanche di questa tomba.

Nella Cattedrale è invece visibile il monumento funebre della regina Isabella d'Aragona, moglie di  Filippo III l'Ardito, re di Francia. Isabella annegò nel fiume Savuto nel viaggio di ritorno da Tunisi il 28 gennaio del 1271. Il re francese per onorare la memoria della moglie pagò cento once d'oro ai frati che fecero costruire il monumento. Incassate nella parete e ricordate da una  lapide sono custodite le ceneri dei patrioti cosentini morti nei moti del 1844. All'interno del Duomo particolare interesse riveste uno dei pilastri della navata maggiore. Qui, si narra, fu appeso un quadro  raffigurante la Madonna ritenuto miracoloso durante la peste del 1576 . Dal pilerio, ovvero pilastro prese il nome quella che sarebbe diventata la patrona di Cosenza la Vergine del Pilerio.

Più volte restaurata a causa dei danni provocati dai frequenti movimenti tellurici, la Cattedrale ad impronta gotico-cistercense si mostra architettonicamente eterogenea in relazione ad interventi di restauro databili in epoche diverse. La venuta di Federico in Cosenza, in occasione della consacrazione del Duomo diede origine ad una serie di eventi. In quella occasione si decise tra tutti i nobili del tempo la creazione dello stemma della città che è quello tuttora in uso. Sempre in quella occasione la città per meglio figurare agli occhi del sovrano fece ed erigere un  ponte sul Busento. Distrutto dalla piena del fiume nel 1544 venne ricostruito ma rovinò per il terremoto del 1637. Riedificato crollò per il terremoto del 1789 fin quando i francesi ne curarono il ripristino nel 1809. La costruzione in cemento armato iniziò nel 1912 per essere conclusa nel 1914. I tedeschi in ritirata durante la seconda guerra mondiale lo  minarono. Fu completato definitivamente nel 1948 diventando l'attuale ponte Mario Martire in onore della medaglia d’oro al valore militare cosentino.

Dal canto suo, l'imperatore fece dono all'arcivescovo Luca Campano di una stupenda  croce-reliquario o Stauroteca, di chiara impronta bizantina, eseguita tra il X ed il XII secolo, capolavoro di arte orafa siculo-normanna.  Questa preziosa opera d'arte  è conservata  insieme ad altri tesori artistici nel palazzo dell' Arcivescovado edificato nel XV secolo dagli allora proprietari: i nobili Cicala. Sempre qui, in seguito, trovarono rifugio i Gesuiti che invisi alla popolazione furono ospitati dall'arcivescovo Evangelista Pallotta. L'Episcopio risulta collegato al duomo per un passaggio voluto nel XVII secolo dal Cardinale Sanfelice. Del 1221 è la chiesa di S. Francesco d'Assisi. Edificata sui ruderi di un monastero fondato nel 450 dai Basiliani e occupato nel 565 dai benedettini, del quale rimangono alcuni  resti su via Messer Andrea, fu voluta  secondo tradizione dal Beato Pietro Cathin, compagno del Santo poverello di Assisi. Nella cappella dell'Immacolata, sotto il coro dei frati è la tomba di Marco Berardi eroe popolare cosentino. Di notevole interesse oltre all'interno il chiostro ed il portale dugentesco. Nella zona sono presenti vestigia dell'antico insediamento romano. Nel XVI secolo vi si istituì la scuola di miniatura dei codici, alcuni dei quali sono ancora conservati nella Biblioteca civica  di Cosenza. Morto Federico, il Regno passò agli eredi Corradino e Manfredi. La fedeltà a quest'ultimo fu pagata a caro prezzo dai cosentini ad opera degli Almugaveri durante la guerra dei Vespri siciliani. Ad un'iniziale periodo di vessazione da parte della corte di Carlo d'Angiò  ne seguì uno di relativo benessere prima con Roberto e successivamente con Ladislao. Ciononostante i fermenti continuavano in città innescati dalle lotte di classe tra nobili e popolani.

Luigi d'Angiò , sposo di Margherita di Savoia, fu l'ultimo angioino a dimorare a Cosenza. Alla sua morte trovò sepoltura nel Duomo. Narra una leggenda inesatta, che il matrimonio tra Luigi e Margherita fu celebrato  nel 1433 nella cattedrale di Cosenza. Questo non avvenne mai, come qualcuno ha scritto,  e  contrariamente anche a quanto raffigurato nel sipario del teatro Rendano opera dell’artista Paolo Veltri.
Il matrimonio si fece si, ma per procura, nell'agosto del 1432  a Thonon presso il lago di Ginevra. Margherita fu a Cosenza non prima del 1434 e più precisamente nell'estate di quell'anno dopo essere partita da Chambery il 26 di aprile. Testimonianze del 1400 sono: la chiesa di S. Domenico voluta dal principe Sanseverino nel 1449. Se ne ammirano il rosone tardo-gotico, l'abside con bifora gotica, la sala della Congrega cinquecentesca con il suo soffitto ligneo. A fianco il chiostro oggi incorporato nella caserma Fratelli Bandiera opera quattrocentesca del periodo aragonese.

Sempre del periodo sono la  chiesa di S. Giovanni Battista Gerosolomitano nella piazza omonima, conosciuta anche come piazza delle uova appartenuta alla Commenda dei Cavalieri di Malta fondata nel 1428 da alcuni cavalieri che trovarono rifugio in Calabria, la Chiesa di S. Caterina d'Alessandria rifatta nel 1600, il palazzo Tarsia , detto Casa di Plinio, ornato dai busti di Minerva e Marte, il  palazzo Gaeta, il palazzo Falvo , il palazzo Sambiase  famoso perché vi soggiornò Francesco De Sanctis nel periodo risorgimentale dal 1847 al 48,  il palazzo Giannuzzi Savelli con  il portale di tipica impronta catalana, il palazzo Palazzi e la Casa De Matera, entrambi rinascimentali. In questo periodo, prendendo come riferimento il fiume Neto, si divise la Calabria in citeriore ed ulteriore diventando Cosenza capitale della Citeriore.

Dopo aspre e cruente battaglie agli angioini succedettero gli aragonesi. Furono anni bui per i cosentini vessati dagli spagnoli d'Aragona e dalle baronie locali.  Nel 1464 dimorò a Cosenza Alfonso d'Aragona, figlio di Ferrante. Ad una breve dominazione francese ad opera di Carlo VIII seguì nuovamente quella aragonese diventando Cosenza sede di Governatorato. I nobili si riunirono intorno al sedile diviso in due parlamenti, il Grande ed il Piccolo. Al primo furono ammessi i nobili al secondo un sindaco e sei eletti. Prima dell'istituzione del sedile i nobili si ritrovavano a discutere e a giocare ai tocchi sotto gli archi della casa del contestabile Ciaccio, palazzo quattrocentesco, di stile rinascimentale, che presenta nella facciata tre archi di tipo aragonese dei quali uno è  obliterato. Intorno alla metà del 1600 il sedile da aperto diventò chiuso.

Nel 1806 fu definitivamente soppresso. Un momento di grande splendore intellettuale fu offerto a Cosenza dall'umanista  Aulo Giano Parrasio che istituì nel 1511  quella che in origine si chiamò Accademia Parrasiana e che in seguito prese il nome di Accademia Telesiana per merito del filosofo Bernardino Telesio, eccelso filosofo cosentino, che la riportò agli antichi splendori dopo la chiusura decretata da Don Pietro De Toledo nel 1534 in seguito alla cospirazione del Campanella. Il nome di Accademia Cosentina lo si deve a Sertorio Quattromani nel 1588. Definita in seguito dei Costanti per l'interessamento profuso dall'arcivescovo Camillo Costanzo, e chiusa con la morte di costui, rifiorì nel 1688 ad opera di Pirro Schettini. Divenne Istituto Cosentino nel 1811. Inizialmente l'Accademia trovò dimora nei locali dell'Ospizio delle Fanciulle  in largo Vergini. Qui è presente un complesso rinascimentale fondato nel 1515.

Si trova dal 1938 nell'attuale palazzetto di fianco al teatro Rendano,  in piazza XV marzo, costruito sul chiostro dell'ex convento delle Clarisse. Alle spalle dell'Accademia è la chiesa di Santa Chiara con a fianco il pronao del vecchio teatro Ferdinado oggi liceo Bernardino Telesio  Altri ancora furono i circoli intellettuali in Cosenza, vanno ricordate l'Accademia dei Negligenti, fondata dal Cardinale Sanfelice nel 1649, l'accademia dei Pescatori Cratilidi fondata intorno al 1756 e quella Ecclesiastica voluta da Monsignor Galeota nel 1794. Al 1500 sono databili la chiesa di S.  Francesco di Paola, eretta nel 1510 e dedicata a quel tale Francesco d'Alessio da Paola, così caro ai calabresi ed ai Borboni, che a più riprese concessero privilegi all'ordine dei Minimi , la chiesa di S. Maria del Carmine che subì in seguito numerosi interventi di restauro, la chiesa dello Spirito Santo, eretta nel 1578 e appartenuta inizialmente alle suore Domenicane e successivamente ai monaci Filippini con a fianco la  casa di una nobile famiglia cosentina appartenente all'Ordine dei Cavalieri di Malta: i Martirano.

Sul Corso Telesio sorge il Palazzo omonimo secondo alcuni dimora di Antonio e Bernardino Telesio. Gli storici non sono però concordi nell'attribuire la proprietà del palazzo definendolo anche Sersale, Caselli e Spiriti. Carlo V d nel 1535, di ritorno d'Algeri dove aveva combattuto contro i Turchi fu accolto a Cosenza con gli onori che la città aveva riservato al solo Federico II. Dimorò nel palazzo quattrocentesco del Duca Gaspare Sersale di fianco al convento di Santa Maria delle Vergini. Il diffondersi di credi eretici spinse anche a Cosenza la repressione spagnola voluta da Filippo II di Spagna, a perseguire e massacrare gli antireligiosi.  Il dissenso cresceva e si organizzava in vere e proprie bande di briganti. Una di queste fu guidata da Marco Berardi, che evaso dalle carceri dell'Inquisizione, si diede alla macchia e, alla testa di un gruppo di rivoltosi, si autoproclamò re della Sila e perciò detto Re Marcone. Fu trovato morto all'interno di una grotta. Sul suo capo i soldati posero in segno di scherno una corona. Era il 1561. Il 1600 vide la costruzione della chiesa di San Gaetano con a fianco la chiesa di Santa Maria del Suffragio eretta nel 1652 dall'Arciconfraternita dei padri Teatini,  la chiesa Sanità con a fianco la Caserma Garibaldi ed il suo chiostro, la  Chiesa della Riforma rifatta nel '600 sull'oratorio fondato nel 1300, la Chiesa della Confraternita del Sacramento, la Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, l'ex palazzo di città che dapprima Conservatorio, diventò poi sede municipale nel 1831 rimanendo tale fino al 1969. Dopo la lunga ed inesorabile dominazione spagnola venne il tempo degli austriaci con Carlo III di Borbone. Fu quella una parentesi di 27 anni che lasciò poche testimonianze.

Una di queste si credeva potesse essere l'aquila bicipite attribuibile agli Asburgo rinvenuta nella chiesa del SS. Salvatore detta anche della Confraternita dei Sarti di San Omobono eretta nel 1565, ma che in realtà è il tipico stemma Arbresh. La città del 1700 è raffigurata in una stampa dell'epoca opera di Pacichelli. A questo periodo sono attribuibili il palazzo Bombini con la sua pittoresca scalinata del giardino,  il palazzo Orsomarsi con i suoi balconi in ferro battuto, la Casa Cosentini, che ospitò dopo lo sbarco di Garibaldi la sede del comitato centrale insurrezionale della Calabria Citra, la casa Del Gaudio dove alloggiò l'Intendente francese Manhés, e la casa Tropea con il suo caratteristico balcone. Sulla scia del clamore per la rivoluzione francese nel 1799 anche Napoli proclamò la Repubblica seguita a ruota da Cosenza dove la repubblica durò soli 47 giorni. Anche qui furono innalzati gli alberi della libertà e per la precisione tre. Uno a Portapiana, l'altro nella piazza Piccola, il terzo nella piazza del tribunale di fronte quel palazzo un tempo di Don Bartolo Arnone che lo vendette nel 1558 per intercessione di Carlo V e dove furono allocate  dapprima la sede della Regia Udienza ed in seguito il palazzo di giustizia e le carceri della città. Qui fu celebrato il processo ai componenti la spedizione dei fratelli Bandiera.

Le repubbliche giacobine furono ben presto abbattute ad opera delle truppe dei Sanfedisti guidate dal Cardinale Ruffo di Calabria. La vittoria di Napoleone ad Austerlitz decretò l'esilio di Ferdinando di Borbone in Sicilia. Cosenza fu occupata dallacavalleria francese che precedette l'ingresso in città di Giuseppe Bonaparte, re di Napoli e fratello del più famoso Napoleone. In quel tempo il brigantaggio trovava sempre nuovi adepti nonostante implacabile fosse la repressione dei francesi.  Questi ultimi infatti trasformarono la zona di Portapiana e le forche vecchie, l'attuale inizio di via XXIV maggio, in un lungo filare di forche. Nella lotta al brigantaggio si distinse per la sua ferocia un generale di Murat, Charles Antoine  Manhés. Ma il brigantaggio fu l'inizio di qualcosa di più importante: la Carboneria.  L'attività segreta cominciò dapprima nei Casali per poi estendersi alla città. Ma i delatori erano in agguato.  Il Manhés nel 1813, arrestato Vincenzo Federici detto Capobianco, capo della carboneria cosentina dal 1811, lo fece impiccare nottetempo presso il colle Torrevetere illuminato a giorno dalle torce dei soldati facendone bruciare i resti.

La sconfitta di Waterloo ed il congresso di Vienna decretarono il ritorno di re Ferdinando IV sul trono di Napoli. Da quel momento fu un susseguirsi di cospirazioni e di tumulti, tendenti a sollevare la popolazione contro i Borboni, culminati il 15 marzo del 1844 con la morte di alcuni liberali cosentini. Dopo quattro  mesi tentò una spedizione di veneziani ad accendere la miccia della rivolta. Attilio ed Emilio Bandiera, ufficiali della marina austriaca, disertarono partendo con altri 19 compagni da Corfù alla volta di Crotone dove arrivarono il 16 giugno. Il  vessillo della spedizione è custodito nel museo civico. Traditi furono arrestati e rinchiusi nel convento di sant'Agostino fondato dai frati agostiniani eremitani nel 1426. Furono fucilati al grido di "Viva l'Italia" nel  vallone di Rovito il  25 luglio del 1844. I resti dei caduti furono esumati e trasferiti con grande onore a Venezia nel 1867.

L'eroico gesto è ricordato nella zona sacra del Vallone di Rovito da un monumento fatto erigere nel 1937 dall'amministrazione fascista. A ricordo della spedizione ed in onore di tutti i caduti nei moti nazionalistici è dedicata la Statua della Libertà. Lo spirito libero dei cosentini si paleso nel 1848 quando la città proclamò decaduti i Borboni. Ancora una volta la repressione fu esemplare. Poco tempo doveva però passare per vedere la fine delle tirannie. Nel 1860 l'ingresso di Garibaldi fu salutato  dal tripudio generale Il generale rimase la notte del 31 agosto nella città. Dopo 10 anni Cosenza e le altre città di Italia costituivano il Regno d’Italia. Nel 1881 i sovrani d’Italia vennero a Cosenza e dimorarono nel palazzo della Prefettura costruito dal 1844 al 1847 sull'area che un tempo accoglieva il Monastero di Santa Maria di Costantinopoli. Al suo fianco sorge la  Vecchia Villa Comunale.

Coinvolta in quella che fu definita la questione meridionale ben poche delle sue potenzialità furono valorizzate rimanendo  sempre a margine della vita nazionale. L'inizio del secolo segnò per la città l'arrivo del telefono, della luce e delle prime vetture.  E' del 1909 l'apertura della Cassa di Risparmio di Calabria, l'attuale Carical. Cosenza non si sottrasse all'avversione al regime fascista. I Popolari tra i quali Carlo de Cardona, Don Luigi Nicoletti, fondatori del partito a Cosenza nel 1915, ed i socialisti con in testa Fausto Gullo e Pietro Mancini animarono il dissenso. Il 14 settembre del '24 la violenza fascista culminò con l'assassinio di Paolo Cappello sul ponte di S. Francesco di Paola. Il fascismo decretò l'inizio di alcune opere pubbliche di quella che diventerà la città nuova ad opera soprattutto di Michele Bianchi quadrunviro fascista e di Tommaso Arnoni podestà della città che resse il governo della cosa pubblica in maniera esemplare.

Sono di questo periodo il Mercato dell'Arenella inaugurato da Arnoni nel 1934, il palazzo delle Poste, il palazzo degli Uffici, l'Ospedale dell'Annunziata, l'Acquedotto del Merone, il campo sportivo oggi demolito,  il quartiere della G.I.L. ed il palazzo della delegazione. Cosenza pagò il suo alto tributo di vite umane alla guerra al fronte come a Cosenza che fu ripetutamente bombardata. Ai bambini morti sotto i bombardamenti è dedicato un monumento in piazza Spirito Santo, oggi misteriosamente scomparso. Nel dopoguerra la città è scesa dai colli spiegandosi verso nord che l'avevano vista nascere, allontanatasi dai fiumi, un tempo ricchi di un'acqua che Isacco Terzete narra colorivano di biondo i capelli di coloro vi si tuffassero. I cosentini progressivamente hanno abbandonato il centro storico spostandosi chi nella parte nuova della città chi verso i comuni viciniori tra i quali spicca Rende con la sua Roges.

Oggi Cosenza vive il dramma della città che non vive più della sua storia avendo abbandonato i borghi di un tempo. Come tutte le città moderne insegue effimere chimere consapevole di avere lasciato dietro di se il massimo della espressione culturale storica ed architettonica prodotta dalla gente di Calabria per tanti secoli. Coscienti di tutto ciò sono tanti i cosentini che auspicano il ritorno nella città di un tempo. Questo viaggio nella storia di Cosenza si conclude con le parole di un figlio illustre di questa città, Bernardino Telesio:

"La mia diletta Città potrebbe benissimo fare a meno di me. Ma sono io che non posso fare a meno di essa. Essa che mi scorre nelle vene e che amo"

 

Foto di Mariella Politano

 

 

 

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